Quella sentenza implica un mandato d’arresto internazionale a cui gli aderenti della Cpi devono rispondere. Ci si aspettava che la Turchia – che non aderisce – avrebbe cercato comunque di arrestare Al-Bashir, cosa che invece non ha intenzione di fare. Il 6 novembre l’Unione europea si aspettava un passo in questa direzione uniformandosi alle posizioni dei 27 Stati membri, ma, come riferisce Emre, il presidente turco Abdullah Gul ha risposto seccamente:
«It is a meeting between Muslim countries. Who is the EU? What are they interfering for? What kind of memorandum they can give us? »
«It is not possible for those who belong to the Muslim faith to carry out genocide»
«I cannot discuss this with Netanyahu but I can easily discuss such issues with Omar al-Bashir. I can say to his face: What you are doing is wrong»
Seth Freedman, sul Guardian, dice che “Erdogan ha una fede cieca nei musulmani” e motiva che:
«Such a dichotomy encapsulates the essence of Turkey's identity crisis: wanting to be an integral part of the secular western world while still cleaving to the notion of being a key player in a Middle Eastern Islamic conglomerate»
«Certains Occidentaux ont encore la vision que si nous nous rapprochons d’un pays chrétien, c’est positif, si nous nous rapprochons d’un pays musulman, c’est un changement de cap diplomatique»
Che sta facendo la Turchia in politica estera? Dove sta andando? Con chi vuole dialogare.
Questi sono i dubbi principali che alcuni si stanno ponendo in questi giorni. Non sono dubbi nuovi, esistono da tempo, ma si stanno consolidando per via di due eventi.
Per quanto riguarda l'avanzamento nell'integrazione europea, i risultati poco entusiasmanti minano i rapporti tra Ankara e Bruxelles e più in generale, Ankara e l'Occidente. Lo sostengono il Financial Times ("Turkey turns east as Europe clings to past") e il New York Times ("Tensions Between Turkey and the West Increase").
Erdogan è più esplicito quando dichiara al Guardian quanto segue:
"Among leaders in Europe there are those who have prejudices against Turkey, like France and Germany. Previously under Mr Chirac, we had excellent relations [with France] and he was very positive towards Turkey. But during the time of Mr Sarkozy, this is not the case. It is an unfair attitude. The European Union is violating its own rules".
L'incontro tra il premier turco e il presidente iraniano rafforza l'idea della seconda via intrapresa dalla Turchia.
Se l'Iran è sempre stato lo spauracchio, ciò che lo Stato anatolico sarebbe potuto diventare nel caso in cui gli islamisti avessero preso il potere, ora sembra correre buon sangue tra i due. Ahmadi Nejad ha elogiato Ankara per l'atteggiamento assunto verso Israele, "alleato storico" con cui le relazioni diplomatiche stanno peggiorando (come riassume benissimo Anna Momigliano su Panorama) e ha detto: "Your clear stance towards the Zionist regime had a positive effect in the world, especially the Islamic world, and I am sure that everyone was satisfied".
D'altronde, la Turchia è stata la prima nazione a congratularsi con il presidente iraniano per la sua contestata rielezione, ed Erdogan, al Guardian, ha definito l'Iran un amico: "There is no doubt he is our friend. As a friend so far we have very good relations and have had no difficulty at all".
A Teheran ha anche fornito il suo sostegno al programma nucleare iraniano, per il quale intende intermediare: "is an energy project with peaceful, humanitarian purposes", ha precisato il premier turco ai giornalisti.
L'apertura verso l'Iran potrebbe non essere l'unica. Come afferma un esperto di politiche europee, Cengiz Aktar: "This government is perfectly capable of saying ‘no thanks’ to Europe and instead shifting toward Russia". D'altronde, il premier turco ha fatto sapere di recente che: "Turkey is a powerful country which takes its own decisions".
Sarebbe semplice e sbagliato credere che la Turchia agisca diplomaticamente con l'Occidente solo seguendo la logica del "tu non mi vuoi, allora per ripicca io divento amico dei tuoi nemici". Andrebbe considerato che l'apertura verso Iran, Siria e Russia, paesi "ostici" per Washinton e Bruxelles, potrebbe invece aumentare l'importanza strategica della Turchia come intermediatrice e quindi renderla più "attraente" per Usa e Ue.
In questo caso, non rischierebbero mai di perdere e inimicarsi un alleato così fondamentale.
E per rispondere alle domande all'inizio di questo post basta la dichiarazione di Robert Wexler, chairman del sottocomitato del Congresso americano per i rapporti con l'Europa: "You wonder why Turkey is curious about different avenues? Look at your own behavior and attitude, Europe".
Il presidente francese Nicolas Sarkozy masticava una gomma all'innaugurazione di una mostra sull'Impero ottomano a cui partecipava l'omologo turco Abdullah Gul. Qualcuno l'ha considerato un gesto poco cortese, segnale di scarso interesse, che ben rappresenta l'atteggiamento francese verso la Turchia.Come avete potuto vedere nei giorni scorsi c'erano diversi problemi nel template che ho risolto parzialmente.
Vorrei ottenere uno spazio centrale più largo, così da non obbligarvi a scorrere la pagina troppo quando i testi sono più lunghi del normale.
Nella barra di destra ho effettuato qualche piccola modifica:
Di questi ultimi due libri mi piacerebbe parlare più approfonditamente. Per il momento rimando...

Scusate la latitanza di questi giorni, ma ero a Bruxelles per frequentare un workshop per giovani giornalisti europei. Diciamo che non è iniziato proprio bene, nel senso che ho perso una bella occasione per un aspirante giornalista interessato alla Turchia. Martedì sera sono venuto a conoscenza che il mattino dopo sarebbero stati presentati i “progress report” sui candidati membri dell’Ue.
Purtroppo non disponevo ancora di un accredito per accedere nei locali della conferenza stampa, quindi non ho potuto seguirli.
I materiali però si possono facilmente rintracciare sul sito internet della “Direzione generale all’allargamento” della Commissione europea, così come il progress report (94 pagine).
Il commissario Olli Rehn, ha ammonito la Turchia per le minacce alla libertà di stampa, soprattutto in riferimento a due avvenimenti:
"Too many other provisions of the Penal Code, or of the anti-terror law, are used to effectively restrict freedom of expression. Legal uncertainties and pressures of all sorts affect freedom of the press in practice, as shown by the tax fine against the Doğan media group", ha detto;
2) Le azioni legali contro giornalisti e scrittori, tra cui Orhan Pamuk;
"While in Turkey there was much less prosecutions under the new article 301 of the Turkish penal code than some years ago, intellectuals nevertheless continue to be hassled for their words. I was particularly disappointed to learn about a recent Court ruling which could take Orhan Pamuk again to trial – still about the same issue which took him to court already".
Certo, Olli Rehn nel suo discorso ha anche "esaltato" l'importanza strategica della Turchia per la stabilità in Medio Oriente e per il dialogo tra le religioni, lodando l'apertura di un canale televisivo in curdo, il dialogo con la società civile per la questione curda, l'apertura di confronti diplomatici con l'Armenia.
Un percorso simile andrebbe intrapreso nei confronti di Cipro.
Su questo tema la Commissione non ha voluto calcare la mano, perché, dichiara un alto funzionario dell'Ue a Le Monde: "Aggiungere nuove sanzioni porterebbe a sospendere "de facto" un processo di negoziazzione già molto laborioso. Nessuno vuole provocare incidienti su "Cipro" proprio quando i dialoghi sulla riunificazione dell'isola sono in corso".
Dei dubbi sorgono anche sulla tortura. Ci sono ancora alcune accuse a questo proposito, aggravate dal fatto che i responsabili rimangono impuniti.
L'International Herald Tribune fa notare che in Turchia ci sono state reazioni positive, soprattutto perché certi commenti dettagliati hanno dato l'impressione che c'è un interesse alto verso l'ingresso dello Stato anatolico. La mia opinione è invece che, con l'aumento delle destre nel Parlamento europeo e quindi con l'aumento di oppositori all'ingresso della Turchia, i turchi si aspettavano delle critiche più dure.
Per quanto ho imparato da un funzionario italiano durante un seminario sull'allargamento dell'Ue, gli oppositori possono stare tranquilli perché se mai ci sarà un ingresso - sostiene lui - non avverrà mai prima del 2015.
Aggiornamenti del 26 ottobre (vedere in fondo) - Oggi c'è la firma tra Turchia e Armenia a Zurigo, una firma storica che porta alla distensione dei rapporti difficile tra i due vicini.
Le motivazioni che hanno finalmente portato a questo riavvicinamento (che dovrà proseguire)
Scrive Christian Elia su Peacereporter:
«ci sono priorità più impellenti per il governo turco che, negli ultimi anni, ha impostato la sua politica estera alla distensione con i vicini. Ankara vuole entrare nell'Unione Europea a tutti i costi e l'unico jolly che può giocarsi per vincere le resistenze della Francia e delle destre europee sono le risorse naturali. La Turchia è il campo da gioco decisivo per i due mega progetti chiamati South Stream e Nabucco, il primo vicino alla Russia e il secondo in quota Usa. Il premier turco Erdogan si sta muovendo bene, ottenendo il massimo dalle trattative che vogliono fare della Turchia il nuovo hub al post dell'Ucraina. Per farlo, però, ha bisogno di non avere problemi con la Grecia e con l'Armenia. E di risolvere il problema curdo. La firma dei protocolli, quindi, è solo un passo. Il cammino, però, potrebbe essere agevolato dal gas e dal petrolio, che muovono anche le montagne. Come il calcio».
Ekrem Eddy Güzeldere, analista nel ufficio del European Stability Initiative ad Istanbul ,specifica:
«Dopo le firme però i due parlamenti devono ratificare i protocolli e questo non sembra molto facile. Per il governo turco il “problema Karabakh” ancora blocca ogni passo verso una stabilizazzione delle relazioni diplomatiche con l’Armenia. Il 13 maggio 2009 il primo ministro turco Erdogan ha assicurato agli azeri nel parlamento di Baku che “non è possible, che la Turchia apra il confine con l'Armenia prima della soluzione del conflitto del Karabagh”. E questa soluzione non sembra certo possibile nelle prossime settimane, o mesi: si pensa invece a una maratona di negoziale che durerà anni».
*Per quanto riguarda i legami con l'Azerbaijan, su Limes possiamo leggere che:
«un accordo di normalizzazione completa tra Armenia a Turchia dovrà passare per la risoluzione della questione del Nagorno-Karabakh e un accordo tra Azerbaijan ed Armenia. Come dire: Ankara fa da garante per l’Azerbaijan da un lato e l’Armenia dall’altro, affinchè tutti e due gli attori traggano dei benefici dalla loro cooperazione e da quella tra Ankara e Yerevan, in una triangolazione che la Turchia spera di portare a termine con successo».